I vantaggi del bicchiere mezzo pieno

Fortuna e sfortuna solo solo due punti di vista?

Il giochino di definire un bicchiere riempito a metà mezzo pieno o mezzo vuoto è sempre stato un must per indagare sull’atteggiamento generale di una persona nei confronti della vita di tutti i giorni.
– Com’è questo bicchiere?
– Mezzo vuoto.
– Ok, sei pessimista.

In caso contrario: “sei ottimista”. Cosa ce ne facciamo di questa informazione? Nulla. Essere ottimisti o pessimisti è stata sempre una nota di colore e nulla di più. Un giocatore di poker che si sente sfortunato, quindi per estensione è un pessimista, è considerato allo stesso piano di un giocatore che ha lo stesso livello tecnico, ma che invece si sente fortunato, quindi è un ottimista. In effetti, al primo impatto andare a sostenere che due giocatori con lo stesso livello di gioco possano raggiungere differenti risultati solo perché si sentono fortunati o al contrario sfortunati sembra un’assurdità, ma vale la pena andare a dare uno sguardo più approfondito alla questione. Come al solito non mi baserò su semplici impressioni, ma solo su solidi dati scientifici. Davanti ad una prova che potrebbe essere avere successo nel poker, chi si sente sfortunato si comporta allo stesso modo di chi si sente fortunato? Si impegna ugualmente? Il fortunato si adagia sugli allori e lo sfortunato lavora più sodo per recuperare il gap che il caso gli impone? Oppure il fortunato lavora tanto perché è “in fiducia” al contrario dello sfortunato che si sente demoralizzato a causa degli sforzi castrati dalla sfortuna che ha attaccata addosso? Quando si parla di fortuna o sfortuna l’autorità a cui ci dobbiamo riferire è Richard Wiseman, un inglese che ha dedicato praticamente tutta la sua attività di psicologo scientifico agli studi inerenti questo ambito. Ha realizzato anche alcuni esperimenti per vedere se le persone affrontano le difficoltà che si presentano in modo diverso in rapporto al fatto di sentirsi fortunati o sfortunati. Lo psicologo inglese ha invitato tantissime persone a definirsi fortunate o sfortunate chiedendo poi anche le motivazioni. Alcuni tra i fortunati ed altri tra gli sfortunati sono stati successivamente selezionati per affrontare una prova: davanti a due rompicapo identici i soggetti erano invitati ad osservare. Wiseman diceva che solo uno dei 2 rompicapo era risolvibile e che gliene avrebbe assegnato uno scelto a caso (in verità erano identici in tutto e per tutto); chiedeva poi a ogni soggetto se dopo averlo osservato riteneva il rompicapo a lui assegnato risolvibile o meno. Sebbene i rompicapo fossero per tutti identici il 60% degli sfortunati dichiarò che il rompicapo era impossibile da risolvere contro il più modesto 30% dei fortunati (assurdo vero? Ma soprattutto assurdo quante volte abbia scritto la parola “rompicapo” nelle ultime sette righe, Grande Giove!) . Wiseman, commentando i risultati scrisse:

“Come in molti altri ambiti della vita, gli scalognati avevano rinunciato ancora prima di iniziare”.

Già questo è un dato interessante, ma ci interessa ancora di più capire cosa succede quando invece ci troviamo di fronte ad una prova da affrontare effettivamente. Wiseman ha preso ancora una volta diversi soggetti divisi in fortunati e sfortunati, sulla base dall’autopercezione, e li ha posti di fronte a una grossa sagoma di pezzi metallici combinati insieme. Lo sperimentatore ha detto a tutti che avrebbe smontato la sagoma e ognuno di loro avrebbe dovuto rimontarla. Non ha detto però che era impossibile completare la prova. Questo perchè il dato di indagare, secondo me molto interessante, era riassumibile nella semplice domanda “Chi è più tenace nell’affrontare una prova? Il fortunato o lo sfortunato?”. Andiamo a vedere. Gli sfortunati hanno smesso di tentare di rimontare la sagoma dopo meno di 20 minuti, i fortunati invece hanno continuato più a lungo, anche invitati a desistere hanno chiesto ancora tempo e solo una volta che hanno saputo che era impossibile risolvere il rompicapo (e daglie!) hanno desistito. A fine esperimento qualcuno ha anche dichiarato che senza interferenze esterne sarebbe andato avanti fino alla soluzione del rompicapo. Questo studio ci dà delle informazioni molto interessanti. Innanzitutto ci dimostra che il pessimismo, il sentirsi sfortunati, alla lunga fa male. Gli sfortunati infatti tendono a desistere più facilmente davanti a prove particolarmente difficili. Non moltiplicano i loro sforzi per opporsi alla cattiva presunta solrte che li ostacola, ma tendono ad arrendersi ad essa. Sentono di non poter fare nulla per opporsi alla sfortuna e diventano quindi rassegnati. Questo comportamento non è strano a ben vedere, anche nel mondo animale quando non riesce in nessun modo a evitare una “punizione” l’animale si rassegna a riceverla senza reagire assumento il comportamento che gli psicologi chiamano “impotenza appresa”. L’altra informazione molto importante che Wiseman ci regala con i suoi studi è quella che il fortunato non si adagia sugli allori, il fortunato non aspetta che la fortuna faccia tutto da sola al suo posto. Al contrario, il loro ottimismo, il loro sentirsi fortunati, li spinge a impegnarsi a fondo anche nelle imprese più ardue. I fortunati tengono duro davanti alle difficoltà perché pensano che prima o poi le cose andranno per il verso giusto.

Questi due atteggiamenti opposti vanno a creare una serie di profezie che si autoavverano. Gli sfortunati davanti a prove difficili si scoraggiano, sanno che la cattiva sorte gli impedirà di raggiungere il successo. La conseguenza di questi pensieri è un atteggiamento rinunciatario che li porta a desistere e non raggiungere gli obiettivi. Ovviamente la causa dell’insuccesso viene attribuita alla sfortuna e non alla scarsa determinazione, andando a creare un circolo vizioso che non finisce più di autoalimentarsi.

Al contrario gli ottimisti si sentono fortunati e davanti a un obiettivo difficilmente raggiungibile insistono confidando nella loro buona sorte. Pensano che prima o poi ce la faranno perché comunque sono fortunati e perseverano moltiplicando gli sforzi. Tutta questa tenacia li premia prima o poi rafforzando la loro idea di essere fortunati. In questo caso, la profezia si autoavvera in senso positivo e genera un circolo questa volta virtuoso che si autoalimenta.

Avendo seguito la genesi di questi fenomeni comportamentali possiamo ora andare a vedere come si applicano al poker per rendere ancora più chiaro come un atteggiamento nei confronti del caso, che abbiamo spesso giudicato solo una nota di colore, può nella pratica incidere notevolmente sui risultati di un giocatore di poker. Prendiamo quindi due giocatori come esempio: “Paperino”, che si sente sfortunato e “Gastone”, che si sente fortunato. Entrambi giocano a poker ed entrambi hanno un obiettivo molto difficile da raggiungere: arrivare al tavolo finale dell’EPT. Paperino gioca solo MTT, sa che deve giocare in banckroll e sa che deve studiare e impegnarsi per raggiungere questo difficile obiettivo. Purtroppo, come per tutti, arrivano dei periodi difficili. Paperino è un discreto giocatore, ma davanti al periodo difficile pensa: “Eccoci, lo sapevo che la sfortuna sarebbe arrivata come al solito; qualcosina ho vinto, meglio se mi accontento, smetto di inseguire i sogni impossibili e mi tengo quel poco che ho vinto e me lo godo. Inutile rovinarsi un momento divertente, una valvola di sfogo, per un obiettivo che senza fortuna non si può raggiungere, figurarsi poi con la mia sfortuna”. Paperino, davanti al momento difficile, ha reagito con l'”impotenza appresa” generata da anni di presunte sfortune. Sente che non può sfuggire alla sfortuna e quindi si arrende di fronte a essa. In verità non è la cattiva sorte che lo intralcia, ma la difficoltà insita nell’obiettivo. Risulta chiaro quindi che la bravura non basta, serve anche la fiducia di riuscire a superare le difficoltà e la lucidità di capire che più che la sfortuna è la scarsa determinazione che gli impedisce di raggiungere l’obiettivo.
Andiamo a vedere “Gastone”: anche lui per raggiungere il tavolo finale dell’EPT gioca solo MTT e anche lui sa che deve giocare in banckroll salendo piano piano di livello. Davanti al periodo difficile che arriva anche per lui, il suo pensiero è: ” Eccoci, adesso viene il bello! Sapevo che la strada per raggiungere un obiettivo sarebbe stata dura e ora ci siamo. Devo studiare di più e giocare di più, solo così posso farmi trovare pronto quando arriverà la botta di fortuna che mi farà svoltare”.

Questo è l’atteggiamento ottimista che porta Gastone a insistere e reagire al momento difficile. Moltiplicare gli sforzi porta questo giocatore a migliorare, a crescere e gioco forza a vincere. La determinazione lo porterà a scalare i livelli e questo continuerà a farlo sentire “un fortunato”. Arriverà al tavolo finale dell’EPT? Questo non possiamo saperlo, ma di sicuro continuerà a provarci raggiungendo quindi livelli più alti di quelli di “Peperino”, che rassegnato galleggia nei low stakes.

E’ importante notare che l’esempio che ho riportato applicato al poker non tratta di un giocatore in debito con la sorte e uno in credito con la sorte, illustra invece gli atteggiamenti di due giocatori che si sentono, semplicemente si autopercepiscono, uno fortunato e l’altro sfortunato. I momenti difficili arrivano per tutti; è il nostro atteggiamento che li rende un monte insormontabile o un’occasione per crescere e questo inevitabilmente si riflette, come abbiamo visto, sulla nostra crescita come giocatori e risultati ottenuti.

Pensateci la prossima volta che vi chiederanno: “Come vedi questo bicchiere?”

Sciauuuzzz!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...