Mi pare giunto il momento di dire la mia sui danni – quasi irreversibili – prodotti dall’invasione del cuoco, altrimenti “chef”, più frequentemente “Grande Chef” o lo “Cheffone”, nella vita di persone un tempo normali. Il fenomeno va analizzato per punti.

PRIMO. Ma quanti sono ‘sti “grandi chef”? Tanti da far pensare che si tratti di autoproclamazione bella e buona. Oppure, del consueto meccanismo che produce l’upgrade nell’esatto momento in cui un cuoco mette piede in uno studio televisivo, non si sa bene se per caso, se perché invitato da un cugino o in quanto attivo nella mensa aziendale. Voglio dire che l’aggettivo in questione -“Grande” – pare inflazionato. Soprattutto quando allude a una non meglio specificata abilità in cucina. Sarebbe meglio dare del “grande” a gente più rassicurante in materia. Come me per dire. Gente di una certa stazza e di un certo peso specifico (capita la battuta sul mio fisico da modello?), chissenefrega se sa fare i bignè (che poi io li so anche fare eh eh!).

SECONDO. Non si capisce perché lo “Cheffone” debba metterla giù dura a tempo pieno. Senso dell’umorismo? Raro come una nevicata a Reggio Calabria. Autoironia? Non pervenuta. Al contrario, la tendenza alla severità, ad atteggiamenti da professore, come se non esistesse alcuna differenza tra spritz e spread. Dai, patatone, piantala lì anche se dimentico il coriandolo, con la scusa che non siamo a Carnevale.

TERZO. Sarò rimasto indietro, Di certo, quando scatta la ricetta lo “Cheffone” considera scontato che in una cucina qualunque di una casa qualunque di gente qualunque si parli francese senza farfugliare e si usino attrezzi la cui esistenza risulta ignota ai più. Per non parlare degli ingredienti “a portata di mano”, dalla curcuma al timo, dal tofu affumicato alle bacche di Goji.

QUARTO. Tra i fattori ad alto rischi di questo andazzo a base di alta cucina, c’è la trasformazione di alcune persone un tempo note per la simpatia. Questi qui – amici, parenti, conoscenti – si animano ormai solo se si tratta di decidere tra cipolla e scalogno. Per il resto, apatici. Inquinamento? Elezioni? Caro bollette? Niente, assuefatti dal taglio alla julienne. Pensano solo alla vellutata, poveretti. Addios!

QUINTO. C’è poi la variante giramento di palle, prodotta da chi tra i parenti, gli amici, i conoscenti, perde la brocca e pretende di mangiare in un certo modo quando ti arriva a casa senza preavviso, ore 20.45 in punto. Gente che destina risorse mentali a temi tipo l’impiattamento, e guai a portare in tavola una fondina senza petali di fiore gettati coreograficamente sul risotto, perché un piatto deve somigliare a un’opera di Pollock o di Mirò, altrimenti cosa mi inviti a fare? Saperlo, andavo in pizzeria.

SESTO. Fare attenzione a come si parla. Sono in vorticoso aumento i luoghi (case, ristoranti, trattorie, seminterrati) dove certe parole non sono più ammesse. “Lasagna”, “pasta al ragù”, “polpettone”, “minestrone”, per fare degli esempi, producono una indignazione immediata. Il cameriere ti guarda come si guarda il cugino di un pirla. Il ristoratore scuote la testa alla cassa. Il cuoco – in odore di diventare Grande Chef – sputa nel piatto dove mangi.

SETTIMO. Non rubare.

OTTAVO. A furia di “pastrugnare” il tema cibo, si fa largo la sensazione che ogni coordinata sbandi, è un attimo e tac! Perchè un conto è usare e approfittare della buona cucina, della cucina sana, evoluta, vegetariana, eccetera. Un altro è trattare, una necessità quotidiana fortunatamente soddisfatta come il festival dell’esibizione, della complicazione, quasi dell’arroganza. Ho sempre in mente l’immagine di una signora larga di fianchi, un po’ infarinata, con un bellissimo grembiule chiaro che canta, in cucina, tirando la pasta. Senza considerare quanto conti la fame di chi mangia o vorrebbe mangiare. Il che richiederebbe qui, adesso, un capitolo a parte!

Ti Abbraccio!

Lascia un commento