Cinismo: un modo poco piacevole di dire la verità.

LILLIAN HELLMAN

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Ieri sera, mentre stavo davanti al PC, mi sono venuti in mente alcuni eventi passati. Non parliamo di un secolo fa, solo un paio d’anni.

Preparatevi ai soliti deliri di parole…

Ripensavo all’episodio che mi ha portato a lasciare il lavoro nella cooperativa. Per chi non lo sapesse, qualche anno fa lavoravo in un’associazione che gestiva progetti di accoglienza in una cittadina italiana. Progetti ministeriali, roba seria, di quelli chiamati SAI (ex Siproimi, ex Sprar, insomma, hanno più nomi che senso).

Piccolo contesto: facevo l’operatore dell’accoglienza. Vivevo nel paesino dove si svolgeva il progetto, lontano dal traffico e dallo stress cittadino. Era bello all’inizio, almeno fino a quando ho finito il lavoro e ci siamo trasferiti nella nostra attuale casa. Il contratto? 14 ore a settimana, non tanto, ma pagavano bene (se pagavano, chiaramente). Ah, la bellezza di lavorare con un contratto rinnovabile a progetto triennale! Però, i pagamenti arrivavano sempre con due mesi di ritardo. Vuoi mantenere standard altissimi? Ok, ma paga prima! Altrimenti, come diciamo noi: “Tu mi paghi come dico io, e io lavoro come dici tu. Se mi paghi come dici tu, io lavoro come dico io”. Non c’è spazio per compromessi, mai!

Il mio compito principale? Portare uno dei ragazzi della cooperativa a fisioterapia, quattro volte a settimana, percorrendo 40 km andata e ritorno, più altri 40 per tornare a casa. Facciamo i conti: 80 km al giorno per 4 giorni, più 40 km il quinto giorno. Totale? 360 km alla settimana, 1440 al mese, 17280 all’anno. E la benzina? Anticipata da me, ovviamente. E loro? Con richieste continue e anche qualche lamentela. Sì, sono proprio un genio per non averli mandati a quel paese subito!

Viaggiare con la mia auto era la norma, perché la cooperativa aspettava una macchina di servizio da anni. Gli altri colleghi? Nessuno metteva a disposizione la propria auto, e l’alternativa sarebbe stata non portare il ragazzo in terapia. E io, troppo gentile, facevo pure dei giri extra per il padre del bambino, che approfittava del passaggio per fare commissioni. E io, immancabilmente, tornavo a casa un’ora più tardi del previsto. Ma tranquilli, lo facevo per bontà d’animo… o forse per pura ingenuità.

Un bel giorno, mentre tornavamo al paese, un “gentiluomo” (leggasi stronzo) non rispetta la precedenza e, per fortuna, ci sfioriamo senza fare danni seri. Solo il paraurti della mia auto (nuovissima!) è rimasto ammaccato. Il carrozziere mi chiese 300 euro per sistemarlo (oggi sarebbero almeno 500, ridiamoci su!). Il padre del ragazzo, sempre gentile, racconta in giro che l’incidente è avvenuto dopo che aveva già lasciato suo figlio a casa. Spoiler: era ancora in macchina con me quando è successo.

Ecco il colpo di scena: chiedo alla cooperativa di far scadere il contratto senza offrirmi il rinnovo. Non volevo più lavorare con loro, ma se mi fossi dimesso avrei perso l’indennità di disoccupazione. Così, faccio capire che, se non fossero stati d’accordo, avrei chiamato un avvocato e denunciato il padre del ragazzo per abbandono di minore. Risultato? Hanno accettato, e il contratto è finito in pace.

Quando mi fanno arrabbiare, divento cattivello. Ma ho un bisogno irrefrenabile di rimanere coerente, e questo mi rende esplosivo. Da quel giorno, ho deciso di non lavorare mai più nel sociale. Per dare un po’ di contesto, ho sempre lavorato in questo settore, con un titolo da assistente educativo per persone con disturbi dello sviluppo, e per anni sono stato istruttore di nuoto per bambini disabili. Insomma, era la mia vita. Ma dopo un altro incidente (non in auto questa volta), ho cambiato idea.

Potrà sembrare cattiveria, ma non lo è. Anni di lavoro a stretto contatto con persone meno fortunate mi hanno reso troppo empatico. Purtroppo, questa empatia nel mondo reale è vista come debolezza, e continuare a far certe scelte mi ha solo fatto ammalare. Ora sono un po’ asociale, cinico e, a volte, anaffettivo. Ma una cosa è certa: non tornerò mai più a lavorare nel sociale. E, possibilmente, non lavorerò più punto.

Strano come un piccolo incidente possa cambiare la vita. Da quel giorno, ho iniziato a costruire la mia libertà finanziaria. Ammetto che ho dovuto lavorare ancora per qualche mese (sì, lo sapete, ho fatto il cuoco in un ristorante), ma ormai ci siamo quasi. Spero di realizzare i miei obiettivi entro un paio d’anni!

Per oggi basta così. Più che riflessioni, questa è una storia. Ma mentre la leggete, immaginatevi nella mia testa. È così che ho rivissuto quei momenti, pensando al destino.

Grazie per essere passati dal mio blog, lasciate pure i vostri pensieri nei commenti!

Ti abbraccio!

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